Rimedi contro la peste americana

Sommario. Bruciare le api oppure ricorrere alla messa a digiuno ( asportazione di ogni favo di miele- nuovi telai da nido senza cera) che non va confusa con la messa a sciame ( api trasferite su favi con fogli cerei, con nutritore a tasca pieno).Esperienza danese. Mie modalità concrete di esecuzione.

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Dedico questa fatica, sulla “messa a digiuno delle api e peste americana”, a tutti i milioni di cospecifiche sorelle delle mie e delle vostre, perché anche da queste proposizioni, possano sfuggire al fuoco, sia pure non doloso -causa nescienza- da parte di pirofori ufficialmente ecologi, silenziosissimi, insospettabili.. Api che potranno continuare con noi a portare avanti il meraviglioso gioco della vita anche per solo per quaranta giorni.

-Onde, però, evitare di passare per Catone il censore preciso subito, sommessamente, che anch’io sono passato attraverso questa fase tribale distruttiva, poi , il “conoscere”, mi ha reso ( forse) libero.

A questo pezzo con ulteriore documentazione, sulla incipiente inefficacia negli Stati Uniti anche della ossitetraciclina per la peste, come un tempo del resto già da noi il sulfatiazolo, di ciò che si fa al riguardo in Germania, Australia, Nuova Zelanda ( Luna rossa?).

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Metodologia, senza antibiotici-chemioterapici, per sperare di 1) vincere la peste americana in api che ne risultino affette, grazie ad un semplice digiuno di quattro giorni; 2) salvare le stesse arnie passandole soltanto alla fiamma ossidrica di una bombola a gas e 3) come, purtroppo, dover bruciare tutti i favi della covata e del mielario della stessa arnia se in quel momento ne fosse stato parte integrante

*Anzitutto intendiamoci subito su cosa si intende per chemioterapia ( dall’inglese chemical, chemist= chimica: l’uso di farmaci con capacità selettiva che colpiscono un settore (bacillo) salvando l’altro ( le api), inquinando- aggiungiamo noi- alla lunga, il miele stesso e nuocendo a chi ne usufruisce.. .),

*Prescindendo da tutti i giusti problemi di quando ( anche ad agosto?) poter ricorrere a queste manipolazioni; interrogativi sul quanto, se la famiglia abbia già una estesa vistosa patologia; se è arrivata a quel punto perché subissata da dosi massicce di trattamenti;… se trattasi di peste europea, se di peste americana o di altre sintomatologie affini ( come da laboratorio).. tralasciando tutto questo, già noto, dico subito che descriverò soltanto la procedura che seguo , non senza prima però riportare ciò che sperimentano con successo in Danimarca al riguardo. Si tratta di osservazioni che permetteranno di andare avanti col discorso senza giuste ma dispersive obbiezioni. Presento dati di una conferenza in Canada ad Apimondia ‘99, e da un relativo riassunto stampato, datoci dagli stessi coniugi docenti universitari. (Camilla Juul Brodsgaard & Henrik Hansen, Danish Institute of agricultural sciences. Denmark)

[foto Sul favo, felicemente sano, molte api appena nate contemporaneamente]
-Quindici famiglie in periodo primaverile sono state nutrite con miele contenente volutamente spore in rapporto di 1,0-109 P.l larvae. .

Dopo ogni nutrizione è stata controllata la quantità presente di spore. Per tre mesi.

(In pratica cicli di quattro covate)

-Dopo 43 giorni di nutrizione infettiva, dodici casette mostrano segni clinici evidenti di peste. Tre arnie non segnalano alcun dato di malattia per tutto il periodo di osservazione.

-Scoperta l’infezione, alle dodici arnie ammalate si fa seguire una loro messa a digiuno per 4 giorni. Si scrollano, cioè, quelle api su altri nuovi telai da nido, telai con il solo scheletro ligneo con una striscia di cera.

Dopo quattro giorni di “dieta”, al controllo, il livello delle spore precedenti risulta abbassato del 99, 94 per cento.

(Gli studiosi, a questo punto, precisavano con parametri che non so spiegare, che ciò sta a significare solo 1043 spore per g miele.)

– Il livello delle spore delle tre rimaste “sane”, alla fine, risulta leggermente più basso di quello delle “miracolate”.

Prime considerazioni.

Nonostante la batteria intera di quindici arnie fosse nutrita con miele infetto, tre non mostrarono sintomi clinici. Le loro spore erano state ridotte ad un livello tale da non permettere l’esplosione della malattia.

( The spore are reduced to a level at wich they do not provoke further outbreak (esplosione) of AFB (American Foulbrood.. ).

-Il miele, con simile metodologia, non viene inquinato da chemioterapie varie, da antibiotici e per di più mai supposti dal consumatore che proprio perché intelligente e fiducioso si rivolge verso il prodotto miele; per i bacilli della larva non c’è possibilità di tentare altre forme di adattamento e per l’uomo studioso chimicus sapiens (?!) si ovvia il fastidio, forse all’infinito, di cercare o modificare ulteriori molecole.

– A questo punto ad ognuno di voi trarre già delle conclusioni, dedurre perplessità, speranze, per non dover manipolare anche solo la pericolosa anidride solforosa( H2SO4) nella sua amministrazione, mortale immediata per le api: saper premere un pulsante, su cannuccia di gomma lunghissima, solo per pochi secondi, senza imprevisti conduttori evitando che i polmoni dell’apicoltore ne risentano pesantemente.. .

C) Come agisco in concreto, come aiuto (soventissimo) altri amici .

(Ah, dimenticavo di rendere pubblico dall’inizio che solo chi usa un prodotto ancora abbastanza diffuso chiamato “Fandonin” (= conta balle, frottole!) non incappa mai nella peste americana.., ma noi , normali apicoltori addirittura anche se microfobici, presto a o tardi, la incontriamo, se pur serenamente, meglio forse di chi finge di ignorare cosa sono gli antibiotici, ricorrendovi comunque sempre anche quando non costretto, da esigenze superiori, fandoniniamente… al clandestino chemioterapin. ossitetramicin !)

ma, “Andiamo avanti, per favore!” Obbedisco.

Con mestizia professionale davanti al capezzale dell’arnia ammalata travaso in un’arnia di servizio tutti i favi, eccetto il quinto che lascio sul posto per il semplice motivo che finché non avrò finito, le api , non trovando più il loro materiale nell’arnia, finirebbero col dirottarsi nelle due accanto, innevandovi spore pericolosissime).

Inserisco nell’arnia svuotata cinque telai da nido, senza alcun foglio di cera, neppure mini strisce..

A questo punto dell’operazione i favi sono tutti nella arnia di servizio.

-Spazzolo, le api sui telai da nido,( quelli, per capirci, senza cera). Arrivato al favo su cui opera la regina, chiedendole scusa del trambusto, cerco di deporla avec tendresse con pollice ed indice allenati all’uopo, nell’angolo posteriore dell’arnia. Se lei, infatti finisse all’ingresso per fare un giretto, le api sarebbero capaci di restare lì con lei, inalberando addirittura cartelli contro il titolare.

( Guai se vedesse questo, il mio amico bios in fiera Giovanni Rizzoli !)

Ho parlato esplicitamente di spazzolare, intendendo con ciò che deve essere evitato ogni scossone che porti a violente cadute di gocce di miele, o di larve, sul fondo arnia espulse dalla loro culla

-Alla fine prelevo il favo lasciato al quinto posto come seducentissimo segnale olfattivo tipico della famiglia per far coraggio alle incerte api bottinatrici in atterraggio. “Ma chi ci capisce ancora qualcosa, qui!”

Chiudo l’arnia.. Lascio trascorrere tre-quattro giorni in cui alle api è stata sequestrata la borsa del pane ( tutti i favi con polline),… sono stati prelevati i loro carboidrati, saccaridi, polisaccaridi, amidi.. Non hanno più una goccia di miele se non quello cisternato di momento in momento dalle bottinatrici e quello che resta nel pancino-borsa mielaria di ciascuna di loro, ..

-Le api hanno ora l’impellenza di costruire a tutti i costi degli esagoni, lettini verticali stile vagone letto, perché la regina in attesa di poter deporre possa avere almeno un provvisorio sofà su cui appoggiare il suo nobile aristocratico ventre materno,…( “Ma basta là!”)

-E’ in questi stessi quattro giorni c’è un effettivo consumo del miele delle api affetto ancora da milioni di spore.. Ognuna di loro reciprocamente darà degli affettuosi imploranti colpi di antenna alle sorelle perché passino –trofallassino qualche goccia a lei se non per un pasto completo almeno per una svelta merendina. E’ proprio così, penso, che viene abbassata la soglia bacillifera che consente di non avere in seguito esplosioni visive di peste e per la quale costrette a portare fuori tanta poltiglia, finirebbero di certo per infettarsi

Trascorsi quattro giorni distruggo tutto quello che hanno costruito.

Passerò alla fiamma l’arnia di servizio che ha ospitato momentaneamente i favi ammalati; brucerò gli stessi favi. ( Nota di servizio. Sempre di sera. Di giorno le api ci saprebbero trovare anche da un chilometro tuffandosi kamikasamente nelle nostre profumatissime fiamme nella più completa euforica incoscienza..)

A quelle api uscite dalla “quarantena”, ridotta in quattrena, offrirò alla fine dell’operazione un’altra arnia passata alla fiamma da bombola a gas. (Bisogna aver fiducia anche nelle api. Non è necessario abbrustolire l’arnia in maniera indecente!).

Per quanto riguarda raggi gamma sostitutivi della fiamma a gas ho finalmente alcuni recapiti che trascrivo esprimendo la mia riconoscenza a Luca Bonizzoni che li ha forniti. Muchas gratias anche per le ottime informazioni su come lui realizza la” messa a digiuno” di api con peste americana. Ne faremo presto una pagina a parte. Ecco gli indirizzi. Ditta Gammaton di Guanzate (CO) e Gammarad di Ca’ de Fabbri (BO).

– A questo punto, se a fine luglio, o peggio all’inizio di agosto, dicendo alle api interessate che si tratta di soccorrere (Operazione arcobaleno) vicine di casa che per un evento imprevisto hanno perso tutto, tra le venti casette che ho, vado a scegliere tutti i favi di miele e covata che abbisognano. Cerco, specificamente, un favo da nido vuoto, pronto per la deposizione immediata della regina che segno con una puntina.

Lo controllerò ansioliticamente per vedere se il Bacillus larvae, bacillo della larva appunto è capace di colpire ancora mortalmente. Solo quando vedo che la covata chiusa ha tutti quei cappellini per nulla mosci e bucherellati ma mongolfierati verso il cielo facendomi intuire che sotto c’è una testina viva in attesa di tonsurare presto il tutto con le sue mandibole- forbicine fragilissime ed uscire alla vita.. Quando, cioè, la covata del favo test puntinato avrà effettuato il suo primo ciclo normale, aggiungo agli altri favi uno o due di polline. Le api ne avranno pure assolutamente bisogno. Metterli subito assieme agli altri – se l’operazione non riesce- rischierei di dover bruciare anche questi.

Riassumendo. 1)Trasferisco nell’arnia di servizio tutto il materiale infetto, eccetto il quinto favo. 2) Inserisco cinque telai da nido, senza cera, nell’arnia ammalata, 2) Vi spazzolo giù le api dei favi trasferiti, senza “scuotere” violentemente i favi. Faccio particolare attenzione al favo della regina. Tolgo infine e spazzolo anche il favo lasciato sul posto

3) Seguono quattro giorni di messa a digiuno, trascorsi i quali distruggo purtroppo tutto ciò che le api hanno costruito 4) Solo a quel punto offro alle api un’arnia passata alla fiamma. Inserisco favi costruiti, presi da altre arnie se in periodi in cui le api “non possono” costruire.5) Aggiungo favo con polline se….

Incredibile ma ho finito. Hipp. Hipp. Hurra!!!

Post scriptum. In questi giorni ( 6 agosto- mese per sé proibitivo) ricorrendo a due mielari sovrapposti con funzione di nido per covata ho messo tutto il materiale di un’arnia (senza evidentemente le api ) a custodia di una famiglia vicina lasciando alla defraudata solo cinque telai da nido; l’ho messa cioè ” a digiuno” al fine di poter avere una risposta il più documentata anche circa “quando” questa metodologia è fattibile..

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